Il bucato, il lavatoio, la ghia e la scolta.

I miei ricordi del bucato si riferiscono ai primi anni 70 a Maridepocar Taranto dove ci sono stati i primi approcci con il bucato, ho solo ricordi molto vaghi dato il breve periodo ed un clima favorevole (settembre-ottobre), l’acqua era razionata, ci si lavava poco perché per le docce c’erano i turni e le franchigie furono pochissime.

Finito il CAR fui trasferito alle scuole CEMM a S. Vito di Taranto e lì presi confidenza con il bucato, il lavatoio in cemento, la ghia e la scolta alla ghia, termini che i giovani marinai non conoscono o non sanno cosa sia.

Il lavatoio era una vasca in cemento con sopra dei rubinetti.

La ghia era il luogo dove veniva stesa la biancheria ad asciugare, a prora sulle navi e nel posto più arieggiato e ventoso a terra, era formata da pali verticali in ferro con forma a “T” e sopra i traversini delle corde in acciaio con legati ad esse dei cordini per fissare la biancheria.

La scolta era il servizio di guardia non armata alla biancheria stesa.

Si lavava la biancheria ai lavatoi, una lunga vaca in cemento (circa 10 metri se non ricordo male) con sopra dei rubinetti naturalmente con sola acqua fredda e si lavava con la spazzola, saponetta ed acqua gelida, poi la si stendeva alla ghia avendo cura di legarla per bene con un nodo a bocca di lupo ai cordini predisposti sul cavo della ghia affinché il vento non la disperdesse in mare o nel campo.

Alle scuole CEMM esisteva un apposito servizio di guardia detto “Scolta alla Ghia” svolto a turno, consisteva nel redigere il brogliaccio di carico e scarico della biancheria portata a stendere annotando a fronte della matricola di ogni marinaio il numero ed il tipo di panni stesi affinché ognuno ritirasse la propria (il risultato come potete immaginare era di poca attendibilità).

La ghia era posizionata in fondo alla caserma dietro gli edifici, un luogo dove tirava un vento molto forte ed il turno di notte ( per fortuna erano solo 2 ore) lasciava il segno, sferzati da un vento freddo e saturo di umidità che non lasciava scampo. Ricordo il pastrano lercio con il cappuccio nel quale si nascondeva la radiolina a transistor che teneva compagnia, ricordo la ronda che compariva all’improvviso nell’intento di fregarti e ci riusciva molto spesso e …. giù rapporti. Per fortuna eravamo in molti e quindi il servizio non era particolarmente frequente.

Mi ricordo sempre di quell’inverno che quando si andava a dormire si sentivano le lenzuola delle brande talmente umide che sembravano solo centrifugate ed ancora da asciugare, per fortuna eravamo giovani e dopo pochi minuti il letto si scaldava.

In nave le cose andarono meglio perché c’era la lavatrice gestita dall’elettricista e si faceva la colletta per l’acquisto del detersivo.

Appendere correttamente la biancheria era una cosa molto importante ed ognuno aveva i propri accorgimenti che migliorava nel tempo, perché dopo che si era asciugata la biancheria normalmente non veniva stirata tranne che da alcuni fanatici del ferro da stiro; si sceglieva con cura il punto dove eseguire la legatura, la si eseguiva con un nodo a bocca di lupo con i cordini pendenti dal cavo della ghia, si appendeva la biancheria fradicia e la si batteva cono le mani come per fare un applauso al fine di dare una parvenza di piega ai pantaloni o casacche ed evitare eccessive stropicciature.

Ghia a prora di Nave Rampino

Particolare  legatura della biancheria con nodo a bocca di lupo.

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